Cus D’Amato e Mike Tyson: cosa insegna il loro lavoro mentale

Cus D'Amato e Mike Tyson: cosa insegna il loro lavoro mentale

Cosa insegna il rapporto tra Cus D’Amato e Mike Tyson? Che un pugile non si costruisce solo con la tecnica e con il fisico. Si racconta che D’Amato lavorasse sulla mente di Tyson quanto sul suo corpo: sulle emozioni, sull’attenzione, sul modo di reagire. Per chi combatte la lezione è una: se vuoi rendere sul ring, devi allenare anche lo stato da cui combatti.

In questo articolo ti spiego cosa prendo da quella storia e come lavoro io con gli atleti che seguo.

Cus D’Amato e Mike Tyson: la boxe come fatto mentale

Si racconta che Cus D’Amato considerasse la boxe soprattutto una guerra psicologica. Secondo una frase che gli viene attribuita, il novanta per cento era testa e solo il resto era fisico.

Non so dirti se la cifra sia giusta. So che spiega una cosa che vedo ogni settimana: atleti preparati allo stesso modo, sul ring, offrono prestazioni opposte. Uno incanta il pubblico. L’altro sembra spento.

Se vuoi diventare un campione, devi anche pensare da campione. E D’Amato, per come viene descritto, sapeva bene come stimolare un atleta e come dosare le emozioni, quelle belle e quelle brutte.

Si racconta che, quando conobbe Tyson, vide in lui la stoffa del campione. Cominciò ad allenarlo nel corpo e nella mente, fino a portarlo a vivere a casa sua.

Il metodo di Cus D’Amato con Tyson: lavorare con le emozioni

Da quello che si legge, D’Amato usava stimoli emotivi forti per insegnare a Tyson a portare tutta la sua spinta in un punto solo: l’obiettivo.

Qui devo fermarti. Lavorare con le emozioni è come maneggiare la dinamite. Serve attenzione e bisogna sapere quello che si fa.

Il motivo è questo. Abbiamo una mente conscia e una mente inconscia. Pensano, ragionano e desiderano in modo diverso, a volte opposto. Se credi di parlare alla seconda parlando alla prima, rischi di rovinare tutto. Puoi abbattere un atleta invece di caricarlo.

Si racconta che D’Amato allenasse Tyson anche alla frustrazione, e che gli ripetesse un concetto: nella sua testa il “no” non doveva esistere.

Quando lavoro con gli atleti seguo una regola simile. Stimolo il verso e l’inverso: il bene e il male, la destra e la sinistra, il positivo e il negativo. Ti faccio una domanda. Tu alleni tutto il corpo o solo il braccio destro? Ecco. Con le emozioni è lo stesso.

Cosa insegna Tyson sull’attenzione prima di un match

Si racconta che Tyson abbia detto di essere stato, a volte, più preoccupato di Cus che dell’incontro.

Se è andata così, è un passaggio interessante. Un pugile che pensa al suo allenatore non pensa agli imprevisti, al pubblico, a cosa può andare storto. La sua attenzione sta dove l’allenatore vuole che stia. Io la chiamo attenzione guidata.

In 20 anni di coaching ho accompagnato sul ring diversi atleti. Tra loro il campione del mondo Domenico Valentino. In un’intervista, scherzando, ha raccontato che ogni mattina doveva mandarmi un messaggio vocale ridendo e cantando una canzone.

Immagina di alzarti con la luna storta e di dover cantare con il sorriso. È uno stimolo nuovo, che rompe l’abitudine.

Poi c’è la parte opposta. Ha raccontato anche che, quando mi scriveva di sentirsi bene, io lo riprendevo e lo portavo apposta in uno stato negativo.

Sembra assurdo. In realtà serve a imparare a gestire il positivo e il negativo a comando. La preparazione al titolo europeo contro Francesco Patera è stata lunga e complessa, e si è basata su questo.

Il lavoro mentale di D’Amato e i suoi limiti

Quando ho tenuto un corso per istruttori, il maestro Mario Zanotti ha parlato del lavoro che ho fatto con il campione del mondo Cristian Faustino. Ha raccontato, con il suo modo diretto, che con Cristian sono stato molto duro. E che poi insieme abbiamo ricostruito un assetto mentale solido.

Perché lavoro così? Perché l’inconscio si nutre di emozioni. Se non lo nutri con criterio, ti presenta il conto quando sali sul ring. E a volte il conto è salato.

Il mio obiettivo è che sia sempre l’atleta a trovare dentro di sé la spinta per vincere. Mai una persona esterna.

Quando invece un allenatore prova a spronare senza conoscere questi processi, spesso il risultato è pessimo. Si racconta che D’Amato conoscesse bene il passato di Tyson. Che sapesse dargli affetto e protezione, e che sapesse anche rimproverarlo con durezza. Le due cose insieme, non una sola.

Una precisazione: stimoli di questo tipo si usano solo in un contesto protetto, con l’accordo dell’atleta e da chi ha le competenze per farlo. È coaching, non psicoterapia. Non improvvisare.

Dalla lezione di Tyson e D’Amato allo Stato di Flow

Quando questo lavoro è fatto bene, l’atleta combatte con la ferocia di un leone e con la mente calma come l’acqua di un lago di montagna.

Sale sul ring per combattere, non per vincere. Se combatti per vincere, ti dimentichi di combattere. Se combatti per il gusto di combattere, sei presente in ogni scambio.

L’allenamento mentale non è dire a un atleta “dai che sei forte”. E non è nemmeno immaginare di vincere. L’avversario più temibile non è quello che hai davanti. È quello che hai dentro.

Tutti i miei percorsi si basano su questo: imparare ad attivare lo Stato di Flow a comando, attraverso respiro, istinto e inconscio. I passi sono tre. Riconosci cosa accade dentro di te sotto pressione. Attiva lo stato. Applica quello stato sul ring. Nel Flow il nemico interiore smette di remarti contro, e puoi occuparti di quello che hai davanti.

Se vuoi vedere come porto la tensione dentro l’allenamento, leggi come allenare la mente a sopportare lo stress.

Come lavorare sulla tua mente da fighter

La mente è complessa. Fai attenzione a chi ci metti le mani. In 20 anni di coaching, con 1.300 atleti seguiti, ho costruito un lavoro su misura per chi combatte: lo trovi nella pagina dedicata.

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Emanuele Zanella
Ideatore del Metodo Flow

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