Mental coach sport da combattimento: a cosa serve davvero

A cosa serve un mental coach negli sport da combattimento? Serve a una cosa precisa: farti portare sul ring quello che in palestra sai già fare. Non a dirti che sei forte. Se in allenamento rendi e in gara ti blocchi, non ti manca la tecnica e non ti manca il fiato. Cambia il tuo stato, e su quello si può lavorare.
Te lo dico da uno che ci è passato. Ero l’esempio perfetto: in palestra rendevo a mille, sul ring l’ansia da prestazione mi fermava.
Il mental coach negli sport da combattimento è per i deboli?
Molti lo vedono così. Una specie di santone che ti sprona con qualche frase positiva. Oppure un aiuto per chi “non ha carattere”.
È un’idea sbagliata, e fa danni. Mette in difficoltà chi vorrebbe migliorarsi e lo fa sentire quasi in colpa. Così un problema piccolo, lasciato lì, con il tempo diventa un problema grosso.
Quante volte hai sentito questa frase?
In palestra spacca tutto, tiene testa ai più forti. Sul ring si blocca al primo colpo.
Io tantissime. Puoi avere il miglior tecnico all’angolo, ma se non ci sei con la testa non senti una parola di quello che ti dice.
Preparazione mentale nel combattimento: una vecchia storia
Una volta faceva tutto il maestro. Non c’erano il nutrizionista, il massaggiatore, il preparatore atletico. E giravano consigli dati a caso: l’acqua fa peso, i carboidrati fanno ingrassare, mangia poco che sei pesante.
Oggi quasi tutti hanno capito che la dieta e il taglio del peso vanno seguiti da professionisti, perché sbagliare può fare danni. Lo stesso è successo con la preparazione atletica, che ha fatto passi da gigante.
Sulla mente, invece, siamo ancora indietro. Eppure non è un’idea nuova. Si racconta che Cus D’Amato, l’allenatore di Mike Tyson, considerasse la boxe per il novanta per cento una questione psicologica. Al di là della cifra, il senso è chiaro: chi ha allenato dei campioni ha sempre lavorato anche sulla testa.
Quando parlo di questi temi, a volte mi sento rispondere: “Vuoi venire a insegnarlo a me, che faccio questo mestiere da una vita?”. Lo capisco. Ma i risultati sul ring dicono altro.
Perché un fighter allenato rende la metà sul ring
Guarda cosa succede oggi nelle palestre. Non esistono atleti poco allenati. Sono tutti preparati, fisicamente e tecnicamente.
Eppure il copione si ripete. In palestra rendi il cento per cento, in gara il quaranta o il cinquanta. Fiato da vendere in allenamento, e sul ring ti servirebbe la bombola di ossigeno.
Se la preparazione c’è, il motivo va cercato altrove. Il respiro è la prima cosa che le emozioni alterano. Quando sale la tensione, respiri male senza accorgertene. E la testa va in tilt.
C’è poi un secondo meccanismo. La mente associa le emozioni ai luoghi, ai suoni, agli eventi. Se associa il ring a frustrazione e rabbia, perdi il sorriso. Smetti di combattere perché vuoi, e combatti perché devi.
Per me il combattimento deve essere creatività. Un momento in cui esprimi le tue abilità, non le tue paure.
Cosa fa (e cosa non fa) un mental coach per fighter
Partiamo da quello che non è. Il lavoro sulla mente non è ripetere “duri a morire” o “sangue, sudore e lacrime”. E non è nemmeno dire “sei tu il campione, sei forte, puoi farcela”. Frasi così non le ho mai usate e non le userò.
Il motivo è semplice. Abbiamo una mente logica e una mente emotiva, e lavorano in modo diverso. Se parli solo alla prima, la seconda continua a fare quello che ha imparato.
Un fighter, quando sale sul ring, deve riuscire a:
- sentire ogni parola del maestro;
- vedere i colpi dell’avversario;
- ragionare;
- restare concentrato fino alla fine;
- reggere lo sconforto quando va male;
- respirare;
- restare lucido.
Sono tutte cose che in palestra fa già. Il punto è che nessuno gli insegna come portarle sul ring.
Il mio lavoro comincia da qui. Conoscere l’atleta, capire in quale momento cambia il suo stato, dargli un supporto preciso quando è in difficoltà. Quando collaboro con un team, do indicazioni anche al maestro. Non sulla tecnica, che è compito suo. Su come parlare al suo allievo per ottenere il meglio.
Ho fatto training nelle palestre di tutta Italia. Tra le collaborazioni a cui tengo di più c’è quella con il maestro Mario Zanotti di Bologna. In questo video parla del lavoro che abbiamo fatto insieme con il campione del mondo Cristian Faustino.
Dal coaching mentale allo Stato di Flow a comando
Non ti serve correre per ore o bere uova crude come Rocky. Ti serve arrivare sul ring nello stato giusto.
Per questo non mi definisco un mental coach classico: sono l’ideatore del Metodo Flow, e il mio lavoro parte dallo stato, non dalle frasi motivazionali.
È quello che insegno con il Metodo Flow: attivare lo Stato di Flow a comando. Ci si arriva attraverso tre elementi: il respiro, l’istinto e l’inconscio. Il percorso ha tre passi.
- Riconosci cosa accade dentro di te quando la pressione sale: respiro, tensioni, pensieri, attenzione.
- Attiva lo stato, con il respiro, l’accesso all’istinto e i codici dell’inconscio.
- Applica quello stato sul ring, quando devi esprimere ciò che sai fare.
È il lavoro di 20 anni di coaching, con 1.300 atleti seguiti. Se vuoi un primo assaggio pratico, leggi i cinque passi per l’allenamento mentale.
Una precisazione: il Metodo Flow è coaching, non psicoterapia, e non la sostituisce.
Come iniziare a lavorare sulla mente
Ogni fighter si blocca in un punto diverso. C’è chi resta senza fiato, chi non sente più l’angolo, chi dopo il primo colpo preso si spegne. Per questo lavoro con percorsi su misura. Nella pagina del coaching trovi come si svolge e per chi è adatto.
Scopri il coaching per fighter
Vuoi prima capire se fa per te? Prenota la sessione conoscitiva gratuita: vediamo insieme dove ti blocchi, poi valutiamo se e quale percorso è adatto al tuo caso.
Emanuele Zanella
Ideatore del Metodo Flow

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