Perché in allenamento rendi e in gara no

In palestra il gesto esce pulito. Il tempo è giusto, il fiato regge, le gambe rispondono. Poi arriva la gara e sembri un’altra persona: rigido, in ritardo, senza fiato dopo pochi minuti. Alla fine dici sempre la stessa frase: “Non ero io”.

Ti faccio una domanda diretta. Quando arriva il momento decisivo, sei ancora l’atleta che sei in allenamento?

Conosco bene la risposta, perché per molto tempo la mia è stata no. Ero l’atleta che in palestra rendeva a mille e sul ring si bloccava. Restavo senza fiato già nelle prime riprese, con una preparazione che avrebbe dovuto portarmi fino in fondo. Da quella frustrazione è nato il Metodo Flow.

Quello che ho capito allora, e che in 20 anni di coaching e 1.300 atleti seguiti ho visto ripetersi in ogni sport, è questo: la gara non cambia le tue capacità. Cambia il tuo stato. E sullo stato si può lavorare, fino a imparare ad attivare lo Stato di Flow a comando: con il respiro, con l’inconscio, con l’istinto.

Non ti manca la preparazione

Quando in gara rendi meno, la prima reazione è quasi sempre la stessa: allenarsi di più. Più ripetute, più sparring, più ore. È una reazione onesta. Ma spesso è la risposta giusta alla domanda sbagliata.

Se in allenamento quel gesto ti riesce, la capacità c’è. Per rendere in gara come in allenamento non devi imparare a fare di più. Devi imparare ad accedere a ciò che già sai fare quando conta davvero.

Io la spiego con un’immagine. Se il serbatoio è bucato, portarsi dietro più taniche non risolve niente. Arrivi un po’ più lontano, poi resti fermo lo stesso. Allenarsi di più quando il problema nasce dalla tensione è fare esattamente questo: aggiungere taniche invece di riparare il serbatoio.

A me è successo perfino il contrario di quello che speravo. Più mi allenavo, più cresceva la tensione prima di salire sul ring, perché ogni ora di lavoro in più aumentava il peso di quello che avevo da perdere.

Da dove nasce il blocco in gara

Nel Metodo Flow parto da un principio semplice. Fuori succede qualcosa. Dentro cambia il tuo stato. Dallo stato dipende come reagisci. Dalla reazione dipende quello che riesci a esprimere.

In allenamento l’evento è neutro: nessuno ti giudica, puoi sbagliare, puoi ripetere. In gara lo stesso gesto pesa in modo diverso. C’è il risultato, c’è il pubblico, c’è lo sguardo dell’allenatore, c’è la paura di buttare via mesi di lavoro. Il gesto è identico. Lo stato da cui lo esegui no.

E quando lo stato cambia, cambiano tre cose molto concrete.

  • Il respiro. Si accorcia, sale nel petto, si riempie di piccole apnee di cui non ti accorgi. Il fiato non tradisce per mancanza di preparazione, ma per tensione emotiva e apnee.
  • Il corpo. Spalle, mandibola, mani: tutto si irrigidisce. È come una macchina in folle con il piede sull’acceleratore. Consumi anche da fermo, e quando devi partire sei già scarico.
  • L’attenzione. Smette di stare sul gesto e va sul risultato, sull’errore appena fatto, su quello che penseranno gli altri. Il corpo è in gara, la testa è altrove.

La mente è la centralina, il corpo è il motore. Se la centralina manda segnali di allarme, puoi avere un motore eccellente e non riuscire a usarlo.

Perché “stai tranquillo” non funziona

A questo punto di solito arrivano i consigli. Stai tranquillo. Credi in te stesso. Divertiti. Sono detti con affetto, ma non funzionano, e per un motivo preciso: ti dicono dove dovresti arrivare, non come arrivarci.

C’è anche un equivoco di fondo. Lo stato che ti serve in gara non è la calma. Il Flow non è stare bene: è saper funzionare quando conta. È lucidità nel caos, con il cuore che batte forte e l’avversario davanti.

Molti approcci lavorano per favorire il Flow: curano la routine, l’ambiente, la concentrazione, e sperano che in gara lo stato arrivi. Quando le condizioni sono perfette, arriva. Ma la gara non è mai una condizione perfetta. È rumore, imprevisti, un avversario che fa di tutto per toglierti il ritmo.

Per questo la domanda che mi sono fatto è diversa. Non come si favorisce il Flow, ma come si richiama quando tutto intorno spinge nella direzione opposta.

Il Metodo Flow: lo stato si attiva, non si aspetta

Il ragionamento è questo. Se il Flow si forma in modo involontario, vuol dire che esiste un processo che lo attiva. E se esiste un processo, si può imparare ad attivarlo volontariamente. Il mio lavoro è stato codificare quel processo, usando la palestra come laboratorio.

RESPIRO + INCONSCIO + ISTINTO → STATO DI FLOW → PERFORMANCE

Il respiro è la porta d’ingresso, perché è la prima cosa che la pressione altera e la prima su cui puoi intervenire. L’inconscio è il luogo delle reazioni automatiche: quelle che hai imparato senza accorgertene e che scattano prima che tu possa ragionare. L’istinto è ciò che ti fa agire al momento giusto senza pensarci troppo, cioè quello che in allenamento ti riesce naturale.

Il percorso ha tre passi.

  1. Riconosci. Impari a vedere cosa accade dentro di te quando la pressione aumenta: respiro, tensioni, pensieri, attenzione. Finché non lo riconosci, lo subisci.
  2. Attiva. Attraverso il respiro, i codici dell’inconscio e l’accesso all’istinto intervieni sul tuo stato, invece di aspettare che passi.
  3. Applica. Porti quello stato dove serve: in gara, nel momento esatto in cui devi esprimere ciò che sai fare.

Vale per chi combatte, per chi gioca a calcio o a tennis, per chi corre o pedala. Il combattimento è l’origine del metodo e la sua prova più dura: se funziona sul ring, dove la pressione è massima, funziona ovunque tu debba rendere sotto pressione. Nella pagina dedicata trovi come lavora il Metodo Flow nello sport.

Un primo passo da provare al prossimo allenamento

Non credere a quello che dico: testa e prova. Questo esercizio non è il metodo e non risolve da solo il problema. È un primo passo, e serve a farti vedere una cosa che oggi probabilmente non vedi.

  1. Cerca le apnee. Nel momento più impegnativo dell’allenamento chiediti: sto respirando o sto trattenendo il fiato? Molti atleti scoprono di trattenerlo proprio mentre fanno più fatica.
  2. Allunga l’espirazione. Nelle pause inspira dal naso contando fino a tre ed espira lentamente contando fino a sei. Ripeti per cinque respiri. L’espirazione deve durare più dell’inspirazione.
  3. Controlla tre punti. Mandibola, spalle, mani. Se sono contratti, lasciali andare mentre espiri.
  4. Aggiungi pressione. Ripeti tutto quando l’allenamento “conta”: con qualcuno che ti guarda, con un punteggio, con una prova secca senza possibilità di ripetere. È lì che scopri se il respiro tiene.

Se ti accorgi che sotto pressione il respiro cambia senza che tu lo decida, hai già visto dove si trova il problema. Sul rapporto tra fiato e tensione ho scritto un approfondimento: la scienza del fiato nel combattimento. Nasce dal ring, ma il meccanismo è lo stesso in ogni sport.

Da dove si comincia

Ogni atleta si blocca in un punto diverso. C’è chi perde il fiato, chi si irrigidisce, chi dopo il primo errore non rientra più in gara. Per questo non parto mai da un percorso uguale per tutti.

Il primo passo è una sessione conoscitiva gratuita. In quell’incontro capiamo insieme dove e come cambia il tuo stato in gara. Solo dopo valutiamo quale percorso è adatto al tuo caso, e se lo è. Prima si comprende il problema, poi si decide il lavoro: nessun percorso standard venduto a prescindere.

Il Metodo Flow è coaching, non psicoterapia. Non offre garanzie di risultato: offre un metodo da allenare.

Emanuele Zanella
Ideatore del Metodo Flow

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