Come prevenire gli infortuni nel calcio: il ruolo della testa

Per prevenire gli infortuni nel calcio le basi le conosci: allenamenti fatti bene, visite di idoneità, riscaldamento, potenziamento e stretching. C’è però un fattore di cui si parla poco: la testa. Nella mia esperienza, molti infortuni non traumatici arrivano in un momento di disattenzione o di rigidità, quando mente e corpo si scollegano.
Una premessa necessaria. Questo è coaching, non un parere medico. Per diagnosi, recupero e prevenzione fisica i riferimenti sono il medico, il fisioterapista e il preparatore atletico. Qui parlo della parte che riguarda lo stato in cui giochi.
Prevenire gli infortuni nel calcio: le basi che conosci già
Se esistesse una formula per non farsi mai male, la userebbero tutti. Entri in campo, giochi come Maradona, il pubblico esulta. Ora torniamo alla realtà.
Molti preparatori hanno studiato il legame tra carichi di allenamento e infortuni non traumatici. Le indicazioni sono note:
- allenarsi in modo corretto e fare le visite di idoneità;
- fare riscaldamento e defaticamento;
- fare esercizi di potenziamento muscolare e stretching.
Gli infortuni più frequenti nel calcio sono contratture, stiramenti e strappi muscolari. A questi si aggiungono i problemi a ginocchia e caviglie.
Non ti rifaccio la lista delle procedure. Le conosci. Preferisco portarti su un ragionamento più ampio, su quello che di solito non si vede.
Infortuni e attenzione: cosa succede quando la testa si scollega
C’è una cosa che osservo da anni. Gli atleti più attenti e più presenti tendono a farsi male meno di quelli distratti.
Il motivo, per me, è semplice. Stress e ansia da prestazione agiscono sui movimenti, sul respiro e sulla prestazione. La testa comanda.
Pensa alle disattenzioni. Ai vuoti di un secondo. A quei momenti in cui la testa si stacca dal corpo. In quell’attimo l’atleta non ha il pieno controllo dei suoi movimenti.
Nella mia esperienza è spesso lì che ci si fa male. Quando il collegamento viene meno. Disattenzione e cali improvvisi sono tra le cause di cui si parla ancora troppo poco.
La paura di farsi male aumenta il rischio di infortuni
Prendi un calciatore preparato alla perfezione sul piano fisico. Entra in campo con la testa altrove. O con la paura di farsi male. Cosa succede?
- non corre come sa;
- respira male;
- si muove a scatti, in modo meccanico;
- gli manca il fiato;
- sente di più i dolori alle gambe;
- perde lucidità.
Rende meno. E fa più fatica del dovuto, perché non si muove più in modo fluido. Più sollecitazioni su muscoli e articolazioni. Più fatica. Più usura.
Guarda bene. Il suo fisico è lo stesso dell’allenamento. È cambiato lo stato. E lo stato ha cambiato il modo in cui si muove.
Le emozioni c’entrano eccome:
- la paura di farsi male è un’emozione;
- la paura di sbagliare è un’emozione;
- la paura di non farcela è un’emozione;
- la paura di restare senza fiato è un’emozione.
L’emozione ti taglia le gambe. Ti blocca il respiro e i muscoli. Aumenta le disattenzioni e gli errori banali. E con la rigidità, mentale e muscolare, sale anche il rischio.
Alcuni reagiscono allenandosi di più. Così però alimentano l’ansia da prestazione, invece di andare alla radice.
Le convinzioni sugli infortuni da mettere in discussione
Nel calcio girano idee date per scontate. Io le metterei in discussione.
- “Sugli infortuni non si può fare niente.” Non è così: sul rischio si può lavorare.
- “Se un calciatore non rende in partita è questione di allenamento o di carattere.” Non sempre.
- “Se resta senza fiato è allenato poco o male.” Non sempre.
- “Se sbaglia, non è portato.” Non sempre.
Queste idee entrano nella testa degli atleti. E non li lasciano giocare con la mente libera.
Ti faccio una domanda. Secondo te è più facile che si faccia male un atleta abbattuto, che si muove in modo meccanico? O uno sicuro e concentrato?
La risposta la sai.
Respirazione, fluidità e infortuni: il cane che si morde la coda
La respirazione è il tramite tra corpo e mente. Agisce sulla corsa, sul piano mentale e su quello fisico.
Il meccanismo è un cane che si morde la coda:
- se ti blocchi mentalmente, ti blocchi fisicamente;
- se ti blocchi fisicamente, hai paura di sbagliare;
- se hai paura di sbagliare, ti muovi male.
Se impari a usare il respiro e a gestire le emozioni, puoi giocare in modo più fluido. Cioè con più lucidità, più sicurezza nelle azioni, più attenzione e più continuità.
Hai presente Holly e Benji? Ecco, un po’ meno. Ma giocare con mente e corpo collegati, quello sì, si può. Un motore potente senza centralina vale zero.
Cosa fare in pratica per ridurre il rischio di infortuni
Oltre al lavoro fisico con il tuo staff, ecco su cosa lavorare:
- costruisci un assetto mentale solido;
- impara a gestire lo stress in campo;
- osserva i tuoi schemi mentali;
- conosci il tuo modo di respirare sotto pressione;
- lavora sulle tue paure;
- impara a giocare in modo fluido in partita.
Sembra un gioco da ragazzi. Non lo è. Se la paura che senti di più è quella dell’errore, parti da qui: paura di sbagliare nel calcio.
Dagli infortuni allo Stato di Flow a comando
Giocare fluido ha un nome: Flow. Il Metodo Flow insegna ad attivare lo Stato di Flow a comando, attraverso respiro, inconscio e istinto. I passi sono tre:
- Riconosci cosa accade dentro di te sotto pressione: respiro, tensioni, pensieri.
- Attiva lo stato giusto con il respiro.
- Applica quello stato in partita.
Ci lavoro da 20 anni di coaching, con 1.300 atleti seguiti. Nei miei percorsi seguo i calciatori da vicino: trovi tutto nella pagina sulla respirazione nel calcio.
Se in campo ti senti rigido e vuoi tornare a muoverti sciolto, guarda come lavoro con i calciatori.
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Emanuele Zanella
Ideatore del Metodo Flow
