Stato di Flow: cosa ha scoperto Csikszentmihalyi e cosa mancava
Ti è successo almeno una volta. Un allenamento in cui tutto riusciva senza sforzo. Una giornata di lavoro in cui tre ore sono passate come venti minuti. Una conversazione in cui trovavi la parola giusta prima ancora di cercarla.
Poi hai provato a rifarlo. E non è successo.
Quell’esperienza ha un nome, stato di Flow, e uno studioso che le ha dedicato una vita di ricerca: Mihály Csikszentmihalyi. In questo articolo ti racconto cosa ha scoperto, perché il suo lavoro merita rispetto, e quale domanda è rimasta aperta per chi, come me, quello stato lo cercava sul ring e non lo trovava. Da quella domanda è nato il Metodo Flow: un modo per attivare lo Stato di Flow a comando, attraverso respiro, inconscio e istinto, proprio quando la pressione aumenta.
Cosa ha scoperto Csikszentmihalyi
Csikszentmihalyi era uno psicologo di origine ungherese che ha lavorato a lungo negli Stati Uniti. A partire dagli anni Settanta si è posto una domanda semplice e seria: in quali momenti le persone danno il meglio di sé e, insieme, si sentono pienamente coinvolte in ciò che fanno?
Per rispondere ha studiato persone molto diverse tra loro: artisti, atleti, scacchisti, scalatori, chirurghi. Ha trovato che descrivevano la stessa esperienza con parole simili. Molti parlavano di una corrente che li trasportava. Da lì il termine: flow, flusso.
Gli elementi che ha riconosciuto in quello stato sono questi:
- la concentrazione è totale su ciò che stai facendo;
- azione e consapevolezza diventano una cosa sola;
- il giudizio su di te tace;
- la percezione del tempo cambia;
- senti di avere il controllo senza doverlo forzare;
- l’attività ti ripaga per sé stessa, non solo per il risultato.
Ha descritto anche le condizioni in cui questo stato compare più facilmente: obiettivi chiari, un riscontro immediato su come stai andando, e un equilibrio tra la difficoltà della sfida e le tue capacità. Se la sfida è troppo alta arriva l’ansia. Se è troppo bassa arriva la noia. Il Flow sta nel mezzo.
Perché il suo lavoro conta
Prima di lui gli atleti parlavano di “giornata di grazia”, gli artisti di ispirazione. Sembrava una questione di fortuna o di talento. Csikszentmihalyi ha mostrato che quello stato ha una struttura riconoscibile, che si ripete in attività lontanissime tra loro, e che per questo si può studiare.
Gli devo molto. Senza il suo lavoro non avrei avuto nemmeno la parola per dire che cosa stavo cercando.
Quale domanda restava aperta
Il suo è il lavoro di un ricercatore: osservare, descrivere, capire. Le condizioni che ha individuato sono condizioni che favoriscono il Flow. Ed è su quelle che si fermano quasi tutti gli articoli che trovi oggi sull’argomento: i tre requisiti, i cinque consigli, elimina le distrazioni, scegli la sfida giusta.
Sono indicazioni corrette. Funzionano quando l’ambiente collabora.
Ma cosa succede quando l’ambiente è contro di te? Sul ring, con il pubblico che urla e un avversario che fa di tutto per toglierti il ritmo. In una riunione che si mette male. In una trattativa in cui l’altro alza i toni. Lì non puoi eliminare le distrazioni e non puoi scegliere il livello della sfida. La pressione cambia il respiro, irrigidisce il corpo, ti toglie lucidità. E il Flow, se c’era, sparisce.
Questa non è una critica a Csikszentmihalyi. È una domanda diversa dalla sua. Lui si chiedeva che cos’è questo stato e quando compare. Io avevo bisogno di sapere un’altra cosa: come ci arrivo quando tutto mi spinge fuori?
Sapere che esiste un’isola è interessante. Saperla raggiungere con il mare agitato cambia tutto.
Da dove nasce la mia domanda
Non è nata sui libri. Ero l’atleta che in palestra rendeva a mille e sul ring si bloccava. In allenamento conoscevo bene quello stato. In gara non lo trovavo mai, e restavo senza fiato già nelle prime riprese.
Allenarmi di più non serviva. Così ho cominciato a studiare e a usare la palestra come laboratorio, provando ogni cosa sugli atleti. La storia del Metodo Flow parte da lì, e oggi sono 20 anni di coaching e 1.300 atleti seguiti.
Il ragionamento che mi ha guidato è lineare. Se il Flow si forma in modo involontario, esiste un processo che lo attiva. Se esiste un processo, si può imparare ad attivarlo volontariamente. Il mio contributo è stato codificare quel processo.
Il Flow secondo il Metodo Flow
Partendo da quel lavoro sul campo, la mia definizione è operativa: il Flow è uno stato di presenza e funzionalità in cui mente, corpo ed emozioni lavorano nella stessa direzione. La mente è lucida, il corpo risponde con naturalezza, le emozioni diventano informazioni utili invece di travolgerti.
Tre precisazioni, perché sul Flow circolano molti equivoci.
- Non è calma. È lucidità nel caos. Il cuore può battere forte e tu puoi essere perfettamente presente.
- Non è stare bene. È saper funzionare quando conta.
- Non è assenza di emozioni. È libertà dalle emozioni che ti governano.
È una definizione di lavoro, nata per essere usata. Non pretende di sostituire quella della ricerca: la porta nel punto in cui serve a chi deve rendere sotto pressione.
Come si attiva: respiro, inconscio, istinto
RESPIRO + INCONSCIO + ISTINTO → STATO DI FLOW → ESPRESSIONE
Il respiro è la porta d’ingresso: è la prima cosa che la pressione altera e la prima su cui puoi intervenire. L’inconscio è il luogo delle reazioni automatiche, quelle che scattano prima del ragionamento: una componente del metodo, non il suo centro. L’istinto è ciò che ti fa agire nel modo giusto senza pensarci troppo, come ti succede quando nessuno ti mette sotto pressione.
Il percorso ha tre passi.
- Riconosci ciò che accade dentro di te quando la pressione aumenta: respiro, tensioni, pensieri, attenzione.
- Attiva lo stato, attraverso il respiro, i codici dell’inconscio e l’accesso all’istinto.
- Applica quello stato dove devi davvero esprimere le tue capacità.
Il metodo è nato nel combattimento, dove la pressione è massima. Se funziona sul ring, funziona ovunque tu debba rendere sotto pressione. Oggi ha due applicazioni: nello sport, per l’atleta che in gara non riesce a essere quello dell’allenamento, e nel lavoro e nella vita, per chi deve restare lucido in riunioni, trattative e decisioni.
Un primo passo: guarda dove cambia il respiro
Non credere a quello che dico: testa e prova. Questo esercizio non è il metodo. È un primo passo, quello del riconoscere.
- Ricorda l’ultima volta in cui eri nel Flow. Come respiravi? Probabilmente non lo sai, perché il respiro andava da solo.
- Ricorda l’ultima volta in cui la pressione ti ha bloccato. Come respiravi? Corto, alto, a scatti, oppure in apnea.
- Alla prossima situazione che conta, intervieni. Inspira dal naso contando fino a tre, espira contando fino a sei. Cinque respiri. L’espirazione deve durare più dell’inspirazione.
- Osserva cosa cambia. Non in generale: nelle spalle, nella mandibola, nell’ampiezza dello sguardo.
Non ti porta nel Flow. Ti fa vedere che lo stato non è qualcosa che ti capita e basta: è qualcosa su cui puoi mettere mano.
Dalla teoria al tuo caso
Conoscere il Flow è utile. Ma ognuno lo perde in un punto diverso, e per questo non propongo lo stesso lavoro a tutti.
Si parte da una sessione conoscitiva gratuita. In quell’incontro capiamo insieme in quali situazioni cambia il tuo stato. Poi valutiamo quale percorso è adatto al tuo caso, e se lo è. Prima si comprende il problema, poi si decide il lavoro: nessun percorso standard venduto a prescindere.
Il Metodo Flow è coaching, orientato a situazioni concrete del presente. Non è psicoterapia e non la sostituisce.
Emanuele Zanella
Ideatore del Metodo Flow
